L’altra sera sono stato al cinema. C’era la storia della bambina che salvava libri e che odiava Hitler, narrata con voce rassicurante dalla Morte in persona, dismesse per l’occasione le vesti della triste mietitrice con falce e cappuccio. Un film tratto dal racconto di un autore di libri per adolescenti con velleità di romanziere di successo. Avevo dato ascolto ai consigli di chi prima di me lo aveva visto, restandone entusiasta e commosso, benché fossi ben consapevole dei rischi moralistici e banalizzanti di certe trasposizioni cinematografiche come della fallacia dei gusti degli amici. Storia di una ladra di libri è un film di parole e sulle parole, che aspira ad essere poetico, elevando lo scettro della cultura e della fantasia al di sopra delle macerie umane, ma che resta invece confinato nel limbo tranquillante della mediocrità narrativa. Piatto, monotono, a tratti inverosimile e fiabesco, modestamente diretto, con curve di didascalismo spinto a fare da cornice. Neppure la bravura di Geoffrey Rush ed Emily Watson e il volto angelico di Sophie Nélisse bastano a salvarlo da una impietosa sepoltura.

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