Gli homeless di San Francisco sono un pugno nello stomaco. La loro presenza è confinata in punti nevralgici, come ferita aperta nel cuore della città, a malapena ricucita da politiche sociali di assistenza e da mani caritatevoli, ma pur sempre sanguinante. Mi ero proposto, buttando il cuore oltre l’ostacolo ed immaginandomi capace di cose così, di girare un video nella città simbolo dell’America che ho amato, quella New York che cattura e ammalia, ma il mio viaggio è partito da lì, dalla San Francisco delle botteghe di Mission District, delle salite ripide, del ponte d’oro, dei moli trafficati, dei sorrisi cordiali, dei poveri e delle bande, che si nasconde dietro le immagini cartolina e il rumore stridulo dei cable cars, ma affiora prepotente dalle strade del Tenderloin, tracciando confini di nebbia e inferno, o traspare dai murales onirici di Clarion Alley e di Balmy Alley, carichi di colore e di inquietudine. C’era fermento a Union Square e il palazzo di Macy’s era vestito a festa: un’ordinata fila al botteghino per lo Schiaccianoci, bambini impazienti al seguito di giovani mamme all’ingresso della pista di ghiaccio, turisti che scattavano foto, colonne d’auto al rosso del semaforo. L’albergo sulIa Geary street era poco distante da quel fermento. Lungo il percorso, figure sdraiate nell’ombra e musicisti di strada. Un uomo intonava una litania mentre affrontava la sua salita.

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