Venti anni fa forse non sarebbero stati capaci di togliere il tappo a una penna, ora affondano con ingordigia le dita sulle tastiere dei loro inseparabili strumenti di appagamento virtuale, padroneggiandone le dinamiche con la disinvoltura del nocchiere navigato e l’ardore un po’ stolido del corifeo.
Non chiamateli leoni perché correreste il rischio di essere sbranati da ciascuno e dalle legioni (per carità, evitate anche di aggiungere di imbecilli) cui essi appartengono. Sono in tanti, tutti licenziati con lode dall’Università della Vita e pronti ora a far valere nell’arena digitale le loro inattaccabili credenziali, a ergersi a ogni piè sospinto a paladini esclusivi della morale, della giustizia, della scienza, del pensiero critico (di ogni altra cosa, ad libitum), e a ruggire nel nome della Verità della quale sono fieri depositari.
Le loro opinioni contano, eccome. Se ne serve la politica, attingendovi a man bassa. Per essa, si sa, il fine giustifica i mezzi. Specie quando in gioco c’è la propria sopravvivenza.
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