Non sfuggirà ai più fieri animatori della discussione sul fine vita che a fondamento dei loro giudizi pro life più radicali e tranchant si collochino, per lo più e fondamentalmente, preconcetti di tipo religioso. Questi ultimi condizionano per definizione il dibattito in quanto postulano per vere ed assolute premesse che, invece, costituiscono interpretazioni puramente soggettive o frutto di una morale sedimentata: meri punti di vista, insomma. Come quello sulla trascendenza e sulla nozione stessa di vita, la cui indisponibilità deriva per costoro proprio dal suo essere creazione e compimento sacro della prima. Solo se depurato da tali deleterie incrostazioni il dibattito (quello politico, quello vero, dal quale si attendono risposte in termini di traduzione concreta in norme di diritto positivo) potrà svolgersi nel segno del rispetto per le scelte (pur drammatiche e dolorose) di quanti siano invece individualmente orientati da premesse di tipo diverso, in un ordinamento improntato al principio supremo di laicità dello Stato. Dubito però che i tempi, in Italia, siano maturi.

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