A dieci anni non mangiavo uva, ma avevo un cane che si chiamava chicco ed era così rotondo che quasi rotolava. Di tanto in tanto lo portavo a spasso ed era un’attrazione per quanto fosse grosso: di razza maiale, rispondevo a chi me lo domandasse.
A vent’anni guidavo un’auto di colore bianco che sembrava uscita da un fumetto e a malapena mi riportava a casa. Avevo spine nel fianco e sogni nel cassetto, bevevo latte a colazione e a cena e restavo sveglio fino a notte fonda sperando di venire fuori dall’impasse.
A trenta sono entrato fiero nella stagione delle lancette ferme e degli orologi rotti e sono partito impavido alla ricerca del tempo perduto, poi fingendo con baldanza di averlo ritrovato, quantunque ancora mi sfuggisse.
A quaranta ho pianto qualche volta sul latte versato e sono stato giudice severo, di me stesso; ma ho anche vissuto, lo confesso.
E ho visto la grande mela e tanta bellezza; e il tempo fermarsi sul ponte un istante prima che il sole svanisse.
Per i miei primi cinquant’anni mi regalo indulgente una carezza, sapendo che d’ora innanzi niente sarà più lo stesso.
50 anni
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