Già che ci siamo, vi confesso che l’ultima volta che mi sono confessato avevo la veneranda età di sedici anni. Seguì, quella stessa notte, l’eucarestia. L’ultima, anch’essa. Era la messa di Natale. La Chiesa profumava di incenso e di cose vecchie. E di naftalina di vesti antiche come le vecchiette inginocchiate ai primi scranni che intonavano stanche litanie biascicando suoni impuri come l’alito tra dentiere incerte e traballanti.

Mi avviai alla sagrestia seguendo il percorso delle tavole della via crucis. Tra madonne e volti santi e baldacchini. La fila per il confessionale iniziava davanti al dipinto di Santa Rita, guaritrice di un ascesso alla gola. Fuori faceva freddo. Prima di me, un pensoso signore ricurvo e incravattato. Dopo di me, donne borbottanti per l’attesa che sembravano pregare. E venne il mio turno. A passi felpati mi avvicinai all’inginocchiatoio per assumere la posizione del penitente. Il prete mi accolse con un bisbiglio incomprensibile che ricambiai con un movimento appena accennato della mandibola. Seguì il segno della croce. Pensai alla ritualità dei convenevoli ed alla sintonia del gesto. Mi sorpresi ad osservare il grosso crocifisso penzolante al collo del mio grasso e anziano confessore. Un’istituzione per la parrocchia. Fissando un punto nel buio, confessai la mia prolungata assenza dalle cose di chiesa. Mi proclamai colpevole in quanto impegnato in estenuanti studi classici. Quel prete stanco volle allora mettermi alla prova. E fu così che mi chiese l’aoristo del verbo greco “fero“. Gli risposi: “enegka“.  E lui: “Ego te absolvo in nomine patris et filii et spiritus sancti”. Amen.

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