Il volo delle 14:55 di giovedì per Praga ha da qualche secondo lasciato l’aeroporto di Capodichino. Le spie continuano a segnalare, ovunque, l’obbligo di tenere allacciate le cinture di sicurezza. Il loquace Pasqualino dai Camaldoli se ne fotte. Anzi, strafotte. Cieco ai segnali, sordo ai richiami del personale di bordo, si alza in piedi per aggiustarsi le braghe. Poi, sistemato con movimenti lenti e compassati il suo giubbottone stile amerika nell’apposita cappelliera in testa al vicino di posto, avvia una conversazione a distanza con Rafel’ da Secondigliano. In piedi, padrone del corridoio. Come cazzo è possibile che Tonino dei Quartieri per lo stesso albergo ha pagato 100 Euro in meno? Sit down! Sit down!  Lo steward sembra intenzionato ad imporre il rispetto delle regole. Ripete: sit down! sit down! aggiungendo un inutile please!

Ma chist’ mo’ ch’ va truvann’, a chi vuless’ sfrantecà ‘e pall’…” (non comprendo le ragioni di tale richiamo, peraltro idoneo ad arrecarmi disturbo, t.d.r.), commenta a voce alta Pasqualino, quasi a voler ribadire il sovraesposto concetto del “me ne fotto”. All’improvviso dalla cappelliera si ode l’inconfondibile trillo di un telefonino. Sguardi sconcertati e muti rimproveri tra i passeggeri. Non si dice ma si pensa. Una hostess si porta la mano alla fronte in segno di disfatta. E’ il mega cellulare multifunzione con videocamera e macchina del caffè incorporate di Paqualino dai Camaldoli, già prima ostentato ai presenti. Squilla e squilla, costipato eppure tronfio e borioso, come il proprietario.

Mannagg’ o Pataturc…! Propr’ mo’ avìva sunà”, sbotta Pasqualino, ”e chi sfaccimm’ se fid’ e sòser’ n’ata vota?” (diamine! Hai scelto il momento sbagliato per squillare, dovrei di nuovo alzarmi ma un po’ mi secca…).

Ancora un’ora di pazienza, Pasqualino, a Praga il tuo telefonino avrà modo di suonare senza inibizioni. Magari nella cattedrale di San Vito. O nel museo di Kafka.

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