Va bene avere opinioni, schierarsi, non autoconfinarsi nel girone degli ignavi, cogliere ogni occasione per esprimerla, la propria scelta di campo. E va bene soprattutto quando si voglia, in tal modo, difendere con nettezza posizioni che incarnino personali convincimenti etici o ideali che si vedano aggrediti o solo messi in discussione da chi sia collocato nell’opposto schieramento ed esprima opinioni in conflitto con le proprie.
Va meno bene quando, nell’agone virtuale, tra un like e un condividi, si pensi di poter condurre tale battaglia di campo con la rozza clava dello slogan, della canzonatura in carta carbone, del lessico ripetuto fino al limite dell’ossessivo compulsivo, prestando adesione al coro e finendo, così, per restarvici ottusamente intrappolati.
La più formidabile omologazione ai tempi dei social networks deriva proprio da quella che, sin dagli albori, è sembrata essere la più grande forza della rete: la banalità del suo linguaggio.

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