I negozi del Borgo di Celsa erano vestiti a festa. Percorsi a piedi l’ultimo tratto immaginandomi invisibile tra la folla di anime perse negli stanchi rituali del Natale e, come l’angelo del Cielo sopra Berlino, mi parve di udirne i pensieri. Che si susseguivano e accavallavano, confondendosi con i miei.

Un gruppo di turisti inglesi, insolito per la stagione, attendeva composto di far visita al presepe artistico. Più avanti, un capannello di curiosi intorno al banco del pesce.

Ai piedi del grande orologio, imboccai il vicolo sulla destra. A pochi metri da quel mare. Riconobbi l’antico portone con il fregio scolpito in legno e le scale strette e buie. Bussai al citofono. Una voce familiare mi rispose. Chiesi di poter salire, trattenendo il respiro. Vi fu un attimo di silenzio, assordante. Poi il rumore di una porta che si apriva, in cima a quelle scale. Cominciai così ad avvertire il peso dell’inquietudine che mi portavo dentro.

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