La prima ragione: l’estetica della Carta

Benché io faccia fatica (per dirla con un eufemismo) a ritrovarmi in molte delle posizioni espresse dagli agglomerati umani che strenuamente si oppongono alla riforma costituzionale, non condividendone le ispirazioni ideologiche, in alcuni casi, le argomentazioni politiche, in altri, voterò comunque NO al referendum di autunno.
Ritengo che su un tema così rilevante non si possa cedere all’approccio tipico del tifoso o di chi si trinceri dietro a una comoda adesione preconcetta (dettata da motivazioni o logiche di appartenenza partitica), né sia consentito utilizzare il mantra del cambiamento come grimaldello per i più scettici o per gli indecisi: ma questa è una considerazione che, nella sua apparente banalità, posso dare – almeno qui – per presupposta.referendum costituzionale
Voterò NO per una prima ragione, di carattere formale, che definirei anche di estetica della Carta. Ragione che, immagino, risulti incomprensibile non solo a quanti prediligano l’uno o l’altro degli approcci di cui sopra, ma anche a chiunque altro faccia coincidere forma con vuoto formalismo, trascurando il fatto che si stia decidendo la modifica della nostra Costituzione. E non del loro regolamento di condominio.
Eppure, la prima sensazione, forte, è che il delicato lavoro sia stato affidato a mani rozze, brutali, logorroiche (il nuovo testo dell’art. 70 è emblematico al riguardo), ben lontane dal rigore, dalla sintesi, dalla precisione del lessico, dalla semplicità e dalla chiarezza richiesti per un’opera di revisione così importante.
E con ciò non sostengo per principio la eterna immutabilità della Costituzione più bella del mondo. Dico però che un abito elegante, per quanto mostri i segni del tempo, non possa essere rammendato o rimodellato da un manipolo di sarti improvvisati.

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