Quanto segue è materia da psicanalisi. O forse è solo un divertissement su base onirica. Lascio a voi decidere.
Ieri sera sono andato a letto poco prima della mezzanotte. Ho avuto appena il tempo di sfogliare una ventina di pagine della godibile guida di Peter Mayle sulla Provenza (la regione strofinata con l’aglio, leggevo a pag. 17) prima di cadere in un sonno profondo e improvviso.
Saranno trascorse un paio d’ore (forse anche meno) dallo sprofondamento che mi sono ritrovato catapultato in un angolo inaspettato del mio passato, seduto davanti al televisore con tubo catodico della mia vecchia casa, lo sguardo fisso al centro dello schermo in bianco e nero, sul viso gentile della cantante, quasi rapito dalla armoniosa bellezza di quella voce limpida, leggera, eppure a me sconosciuta. Un giro di basso, un arpeggio di chitarra acustica ed ecco il refrain, melodioso ed avvolgente:
Questa vita è uguale a Charles le Beau.
Charles le Beau, chi è? E perché ne ignoravo l’esistenza? La voce struggente della cantante continuava con il ritornello. Ed io ad interrogarmi sulla vita, e su quella di Charles le Beau, in una sorta di penombra abitata dalla musica. Superato quell’istante di straniamento, la mente ha bussato al mio corpo intorpidito costringendolo al risveglio.
Guardo l’orologio sul comodino: sono le due e undici minuti. Riesco persino a canticchiare la melodia, la trovo sublime, venata di malinconia. Mi alzo. Provo a disegnare le note su un pentagramma, senza esserne capace. Trascrivo allora su un foglio il refrainQuesta vita è uguale a Charles le Beau. Torno a letto a dormire, con una punta sottile di inquietudine.
Stamattina la sveglia è suonata puntuale alle sette e dieci. Ho preparato il caffè, sfogliato qualche quotidiano on line, dato un’occhiata a Facebook. Una giovane amica annuncia così la nascita del suo primogenito: ore 2.11, la vita.
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