Siamo isolani, dovremmo farcene una ragione.
Di questo tratto distintivo, che è geografico e culturale insieme, avremmo l’obbligo morale di asseverare il peso, misurare il fardello. Così da acquisire la giusta consapevolezza dei limiti che derivano dal nostro essere separati.
L’isola, con le sue straordinarie risorse naturali, la sua impareggiabile bellezza, costringe gli abitanti in un orticello autarchico che ne condiziona l’esistenza. E anche il destino, se essi non trovano il modo di fuoriuscirne.
Direi piuttosto che si tratti di un abito mentale, cucito addosso attraverso i decenni a mo’ di sigillo collettivo, denominazione di origine. Non saprei dire se sia esclusivo di quest’isola, di alcune o di tutte, ma so per certo che qui ha assunto tendenze egoistiche ed autodistruttive, e derive, che vanno ben al di là della semplice ristrettezza d’animo.
Altrove, c’è stato chi ha coniato il termine isolitudine per descrivere la condizione dell’essere isolano, ma in quella definizione c’era pur sempre una declinazione positiva, una nota persino poetica. Io non vedo poesia nella nostra isolitudine, solo incrostazioni familistiche e senso del possesso: insieme di orticelli divoratori di bellezza per interesse.

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