Ho raggiunto Berlino quando le tracce di dolore erano ancora vivide sull’asfalto, ai piedi della chiesa del ricordo. Eppure la vita era già ripresa con le cadenze solite. Lí, tra le casette di legno dei mercatini di Natale, note nell’aria di vaniglia e sandalo miste a quelle dei fumi di barbecue, con le folle ordinate di turisti e berlinesi con bambini al seguito; altrove, nelle piazze come nei negozi del centro. Nei giorni di fine anno ho girato a piedi la città in lungo e in largo, con gli occhi del turista al quale la prima volta di dieci anni prima non è bastata. L’isola dei musei ha ora un nuovo volto, ma ovunque la capitale mostra segni di lavori in divenire. Nefertiti era lì, avvolta nella sua raggiante bellezza. A pochi passi, nell’Alte Nationalgalerie, la terza versione dell’isola dei morti di Böcklin, che da un soggiorno ischitano trasse l’ispirazione. Il tempo, signora mia, è stato clemente: un freddo mai pungente e una pioggia leggera e discontinua che ha presto ceduto il passo ad un cielo terso da cartolina. I soldatini pacchiani del checkpoint Charlie incutono tristezza. Ad un angolo del Gendarmenmarkt mi sono lasciato tentare da una nota cioccolateria e da alcune delle sue proposte più fondenti. Altrove, ho dovuto prendere atto che, al cambio cittadino, acqua e birra hanno raggiunto la parità.

Alla Deutsche Oper Berlin ho visto la Carmen, ed era la mia prima volta. E poi, pezzi di muro ovunque, ad imperitura memoria.
Buon 2017, il viaggio prosegue.

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