Da bambino immaginavo che gli abitanti di New York potessero udire i miei passi. Mio padre mi aveva raccontato a modo suo la storia dei paralleli ed io l’avevo interpretata secondo i canoni del mio mondo immaginario, disegnando linee fantastiche che connettevano universi lontani come nel gioco dell’imbuto. Di tanto in tanto, attivavo la connessione remota battendo ritmicamente i piedi sul pavimento di casa e nella vibrazione di un secondo coglievo chiari indizi di una presenza partecipe dall’altro capo del filo. I vicini di casa non la presero proprio bene.

Il ricordo di quella danza rituale era ormai affievolito nella mia mente quando, per la prima volta, molti anni dopo, misi piede nella città lontana. Eppure, quasi d’istinto, dopo aver percorso qualche metro tra la 53esima e Broadway, ripresi a battere il ritmo, immaginando che mio padre mi sentisse, dall’altro capo del mondo.

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